“L’asteco vattùt”

L’assetto strutturale delle case tradizionali di Furore ?quello tipico delle case della costiera, delle isole (Ischia, Capri, Procida) e dei Campi Flegrei, fino a Monte di Procida.

Furore - casa tradizionale con copertura a volte

Molti artisti locali e stranieri, ne hanno fatto oggetto dei loro studi figurativi. La semplicit?delle soluzioni costruttive non ha impedito, infatti, il consolidarsi, lungo il corso del tempo, di soluzioni formali “forti” basate su pochi elementi “stilistici” ricorrenti.

C.M.Escher - Casa contadina tipica di Positano

L’attivit?costruttiva impegnava, nella maggior parte dei casi, una manodopera locale con capacit?costruttive che si tramandavano di generazione in generazione e che, solo in pochi casi, in presenza di edifici di maggiore impegno progettuale, vedono l’impiego di maestranze non locali, sia pure appartenente alla tradizione costruttiva della zona amalfitana.

Furore - case del borgo in un disegno di Roberto Pane

Nella maggior parte dei casi, dunque, ?lo stesso abitante della zona, quello che, per molti versi, si può dire un contadino-marinaio-muratore, a costruire la propria casa secondo una accreditata tecnica che consente poche varianti tipologiche e morfologiche.

Tanta anonima architettura, allora, riflette una cultura costruttiva che, nel corso dei secoli, ha perfezionato le tecniche per meglio sfruttare le risorse locali, i materiali esistenti, rispondendo alle esigenze, soprattutto funzionali, che l’economia richiedeva.

Furore:casa tradizionale - particolare del comignolo

Una schiera di “architetti-contadini”, secondo la bella espressione di Corrado Alvaro , tramander?una capacit? ed una tecnica costruttiva che hanno determinato le caratteristiche peculiari di questa edilizia. Realizzata con una minima autonomia funzionale, nel caso pi?semplice, la casa presenta un modulo unitario, costituito da un ambiente con copertura a volta estradossata.

L’aggregazione di pi?ambienti, dovendo tener conto del terrazzamento, cio?del suolo a disposizione, avveniva, nella maggior parte dei casi, secondo un sistema lineare e, quasi sempre, ad un solo piano.

Furore: casa tradizionale- particolare

In alcuni modelli si hanno strutture edilizie di notevole complessit? e pi?livelli, con una netta differenziazione fra gli ambienti del piano terra – dove si trovava la cucina, la cantina, il forno, la stalla con gli attrezzi da lavoro- e quelli superiori, la vera casa, collegata da scale esterne e, solo raramente, in esempi di maggiore complessit? con scale sistemate all’interno della stessa struttura edilizia; la facciata, quasi sempre, ?risolta con un sistema di logge sostenute da archi.

La caratteristica più importante della case tradizionali della costiera è il sistema delle volte estradossate che rispondeva alla necessità di raccogliere l’acqua piovana da convogliare nelle cisterne.

Battitura dell'asteco a suon di clarino e tamorra

La tecnica costruttiva è quella antichissima delle “lamie” a botte, realizzate con il metodo del lastrico battuto.

LASTRICO SOLARE IN BATTUTO

CERTOSA CAPRI

Sui manufatti in battuto di lapillo in Campania;

provenienza materiali impiegati, maestranze, modalità e tecnica costruttiva attraverso la consultazione di fonti di stampa e di archivio.

A Napoli e in provincia ed in particolare sulle isole di Ischia e Procida e sulla penisola Sorrentina, come da tradizione mediterranea si sono costruite, fino agli anni cinquanta, i tetti delle case a botte o a forma di piccole cupole emisferiche dette à carusiell’.

La costruzione avveniva secondo canoni ben definiti: la sagoma del tetto veniva preparata con un’intelaiatura in legno con pali di castagno e i cosiddetti “pennicilli” che erano fasci di tralci di viti, struttura di sostegno che veniva successivamente ricoperta e rivestita da un manto argilloso di calce e pietre pomice.

Esente da terre e ossidi lo storico battuto di lastrico era confezionato a piè d’opera da lapilli grigi (o chiari) nelle quantità opportune per essere impastati con leganti con calce aerea e/o in grassello, formando conglomerati dalla consistenza plastica adatta ad essere posati e pistonati a “battuta” anche in significativa pendenza.

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L’impasto cosi realizzato veniva lasciato riposare per interi giorni con programmate mescolazioni ed eventuale aggiunta di grassello disciolto, fino all’ottenimento della omogeneità e della consistenza necessaria.

Appena il parere del “masto calciaiolo” era per il benestare, veniva organizzato il getto in un’unica soluzione ed in spessori rilevanti sul supporto adeguatamente preparato per riceverlo.

È a questo punto che incominciava la vera e propria “Vattut e ll’asteche” ovvero la fase di battitura del lastricato, da parte dei cosiddetti “Pentonari”.

Durante questa fase, che poteva durare anche tre giorni di lavoro ininterrotti, si utilizzavano appositi studiati bastoni in legno con l’estremità inferiore allargata, definiti “Pentoni” o “Mazzeranghe”, per meglio comprimere e costipare l’impasto che veniva man mano bagnato con calce viva, fino a renderlo totalmente “chiuso” e impermeabile.

La conformazione estradossale delle strutture voltate, dove veniva eseguito il battuto, consentiva il naturale scolo delle acque meteoriche, che venivano convogliate dai canali lungo i perimetri nelle apposite cisterne di raccolta acque.

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Questa “faticosa” parte del lavoro garantiva la tenuta e l’impermeabilità del battuto.

Ma se la precedente fase del lavoro era caratterizzata dal sudore dei Pentonari, la fase più importante e quella più “scientifica” dell’intervento, risultava essere quella successiva, di maturazione.

Infatti per consentire la corretta stagionatura del conglomerato, lo strato cosi costipato veniva ricoperto per tutto l’inverno, ed oltre, da uno strato di paglia opportunamente zavorrato con una falda di terreno.

Questo aspetto riusciva efficacemente ad evitare il congelamento dell’acqua residua nel battuto, che veniva scoperto soltanto in primavera, pronto a sostenere le deformazioni termiche della torrida successiva estate.

 

A vattut’e ll’astreche la battuta del lastrico: la costruzione antica e condivisa dei tetti

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Nel tentativo di alleviare la durezza e la difficoltà del lavoro, i Pentonari battitori, cercavano di distrarsi cantando, raccontavano aneddoti e filastrocche.

Alla realizzazione del tetto con il battuto, partecipava solitamente tutta la comunità locale, tutti erano invitati e come compenso si mangiava coniglio e zeppole e beveva buon vino.

Il popolo era felice perché un compaesano era riuscito a costruirsi un tetto sotto il quale poter vivere con la propria famiglia.

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A “vattut’e ll’astreche” è anche una vecchia danza che rievoca la costruzione dei tetti a cupola definiti in gergo “a carusiello”, che hanno caratterizzato l’architettura ischitana e mediterranea.

Il ritmo della battuta dei pali sul lapillo era dettato da un gruppo musicale formato da un tamburellista, da un clarinettista e da un fisarmonicista.

L’antico battuto di lastrico se fosse realizzato nelle modalità sopra descritte ai nostri giorni, potrebbe superare un costo di 500 euro al mq, come valore di intervento.

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