Lo strùmmolo

Ginocchia sbucciate, pantaloni corti, quaderni e cartelle che attendono inutilmente di essere aperti a casa, richiami di donne che stendono il bucato, ricordi in bianco e nero, i pomeriggi primaverili passavano per strada a sfidarsi con giochi che oggi in pochi ricordano, uno dei più belli era lo strùmmolo.

Pomeriggi interi passavano a sfidarsi, ognuno col suo prezioso strùmmolo.

Pomeriggi interi passavano a sfidarsi, ognuno col suo prezioso strùmmolo.

Lo strùmmolo consiste in una trottolina di legno a forma conico-piramidale, terminante con una punta in ferro (o pizzo) intorno alla quale si avvolgeva uno spago (a funa) che, velocemente ed abilmente tirato, le imprime un vorticoso moto rotatorio.

L’etimologia di questo modo di pazziàre (termine dialettale derivato dal greco “paìzo” = giocare) risale, come in tanti altri casi, alla lingua greca che ha in “stròbilos” un sostantivo indicante un corpo, oggetto ruotante su se stesso.

Ma torniamo al gioco: l’abilità sta nell’effettuare un lancio perfetto, in modo da far rotare (ruciuliàre) in una stabile posizione verticale. Però se per qualsiasi difetto “strutturale” (punta consumata o “lasca”, legno rovinato…) lo strùmmolo saltellava o si inclinava fino a cadere, era detto “ballarino” o “a tiritèppete”; oppure se la colpa era dovuta e un lancio fatto male si parlava di strùmmolo “scacato”.

Chiaramente l’arguzia del popolo napoletano ha subito preso questi ultimo termine per parafrasare una quantità di carenze e difetti, o una persona incapace e sfaticata, un artigiano incompetente, e simili.

Una delle varianti del gioco, in genere ci si sfidava tra amici – ognuno con la sua fantastica “macchina” rotante – era quella di sollevare da terra lo strùmmolo in piena rotazione, facendolo girare sulla membrana tra l’anulare e il medio…..

Chi può dire di esserci mai riuscito?

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