Se ‘ntallèa p ‘nciucià e po’ s’ ‘nzallanisce!

Una scena che si vede spesso nel centro del paese, quella piazzetta che è punto di incontro, luogo di traffici e trattative

Una scena che si vede spesso nel centro del paese, quella piazzetta che è punto di incontro, luogo di traffici e trattative

Tra i vicoli del centro o in piazzetta, attorno al campanile, in una assolata giornata di fine inverno, quando il paese si risveglia dal letargo invernale in vista della nuova stagione turistica, è un fiorire di sguardi complici e di bocche scoppiettanti di parole sussurrate, niente di romantico, diciamolo subito… ci si chiede quali siano le novità, chi ha preso in gestione quel tale ristorante o come apparirà la facciata di quel bar ricoperto di impalcature. Uno scioglilingua che mette insieme un pezzo di storia del popolo napoletano attraverso i secoli, anzi i millenni, e che si esprime nella parlata, praticamente sarebbe “si attarda per spettegolare e si svanisce”

‘Ntalliarse

Quando qualcuno si sofferma troppo a lungo su qualcosa oppure si rigira attorno a una lieve difficoltà senza saperla superare, o, molto più semplicemente, si attarda, esita, temporeggia, si trattiene oltre il dovuto, fino quasi a mettere radici in un posto.

Chi si ‘ntallèa, aderisce al suolo, vi si radica… ma quasi sempre senza produrre alcun germoglio, come ad attendere che qualcosa debba succedere, ma molto spesso, senza portare risultato.

L’etimologia sembra inconfutabilmente legata al termine greco en-thallein, col significato di germogliare, mettere radici ( che, come modo di dire, fa parte anche della lingua italiana).

 

‘Nciucià

Chi si adopera a creare o diffondere pettegolezzi, a seminare zizzania, a sobillare, a soffiare su fuochi più o meno sopiti, si dice che “mette ‘nciuce”, oppure “fa ‘nciuce”.

Dove la differenza, che in italiano non è percettibile, nel napoletano diventa consistente: in particolare chi “fa ‘nciuce” (detto ‘nciuciesso” o al femminile “nciuciessa”) è diverso da chi “mette o ‘nciuce”, nel senso che il primo è colui (molto più spesso colei….. ha ha ha, tanto è vero che scherzosamente, al pettegolo di turno viene affibiato il termine di “nciucessa”) che crea in prima persona il pettegolezzo, e mette in giro una voce lesiva e falsa; invece il secondo si comporta da cassa di risonanza, recepisce il pettegolezzo e lo riporta e diffonde tra gli altri aggiungendovi particolari o enfatizzandolo di propria iniziativa.

L’etimologia della parola appare molto interessante perchè deriva direttamente da un termine greco; kukao ed egkukao, (che si pronuncia “enkukao”) in quella lingua significano mischiare, intorbidire, rimestare…. e l’associazione col nostro termine è presto fatta.

 

‘Nzallanì

Si dice di una persona, per lo più ma non necessariamente anziana, che appare lenta nei riflessi mentali, genericamente “svanita”. Quindi “nzallanirse” indica il modo di essere di chi è stordito, confuso, rimbecillito o – in napoletano – stonato. In genere viene affiancato all’aggettivo “viecchio”, come rafforzativo tautologico spesso presente nel dialetto napoletano (es. “a vista ‘e l’uocchie”, “uocchie ‘nfronte”, “capille n’capa” o “puort ‘e mare”).

L’etimologia anche qui riscopre il profondo legame tra Napoli e i suoi fondatori greci e la più probabile delle associazioni è quella con il termine greco zalàino che significa “essere sciocco, stolto, demente).

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